UNA CUGINETTA PER BENE

UNA CUGINETTA PER BENE Da mia cugina Silvia non me lo sarei mai aspettato. Lei era la classica ragazza per bene, educata, ubbidiente, rispettosa, bravissima a scuola e all’epoca neolaureata con 110 e lode. Io sono Federico, all’epoca avevo quasi 19 anni e lei 24, e per tutta la mia carriera scolastica me l’ero sentita additare come esempio di virtù dai miei che l’adoravano. Proprio per questo io l’adoravo molto meno, anche se non era colpa sua ed era una gran bella ragazza. A seguito di un incidente mi trovavo costretto a letto con una frattura al femore. Per lo meno mi ero risparmiato l’ingessatura, perché, visto che la frattura era netta, era stato possibile un intervento con l’introduzione di una placca di titanio che avrebbe tenuto unite le due parti dell’osso fino a completa calcificazione, che sarebbe avvenuta circa tre mesi dopo. Nel frattempo non potevo camminare e nemmeno gravare col peso sulla coscia. Ero prossimo agli esami di maturità, ed ero già indietro di preparazione di mio, ci mancava anche quel contrattempo. Ma la soluzione fu presto trovata e si chiamava Silvia, ovvero la mia cara cuginetta. Per le tre settimane scarse che mancavano, sarebbe venuta a casa mia quasi tutti i pomeriggi per un paio d’ore per darmi una mano, era laureata in lettere e aveva fatto il classico, come me: giusto la prof ideale. Uno dei primi pomeriggi vennero a farmi visita un paio di compagni di classe mentre lei era ancora lì. Il mio letto era lungo una parete della cameretta e normalmente lei si metteva su una sedia accanto me. Quando arrivarono lei si spostò a sedere sul mio letto, verso il fondo, mentre loro si accomodarono sulle uniche due sedie in posizione frontale rispetto a noi. L’abito di Silvia, già abbastanza corto di suo, salì di molti centimetri appena si sedette e appoggiò la schiena alla parete dietro, e notai subito che i miei amici non guardavano più verso di me, ma verso panorami più ameni. Silvia se andò poco dopo, e loro mi descrissero con entusiasmo le sue mutandine bianche abbastanza trasparenti da far intravvedere la peluria e le sue splendide gambe senza calze e già leggermente abbronzate, essendo ormai giugno inoltrato. Io, rispetto a lei, ero di lato, e tutto quello che ero riuscito a vedere era la parte esterna della sua coscia destra. Successivamente mi domandai come mai quando si sedeva a meno di un metro da me faceva attenzione a tenere la gonna entro livelli di decenza, mentre di fronte ai miei compagni aveva dato il via allo show. Decisi di indagare il giorno dopo. «I miei due amici di ieri ti salutano e ti ringraziano per lo spettacolo» dissi nella pausa di una versione di greco piuttosto rognosa. «Che spettacolo?» Fingeva o davvero cadeva dalle nuvole? Le raccontai le loro descrizioni in tutti i particolari, commenti compresi. «Be’? Non hanno mai visto un paio di mutandine femminili? E tutto il resto lo possono vedere in qualsiasi spiaggia pubblica.» «Ne avranno anche viste, ma non è una di quelle cose che viste una volta non ti interessano più…» E aggiunsi: «Beati loro, io da qui non ho visto un bel niente…» All’improvviso aprì le gambe e le tenne aperte alcuni secondi prima di richiuderle. «Adesso hai visto bene, Federico? Contento?» Ero ammutolito. E chi se l’aspettava da Silvia, alias la ragazza modello? «Tu vai avanti con la tua versione, che io devo andare in bagno» disse alzandosi. Tornò dopo qualche minuto e quando si sedette partì con l’imitazione di Sharon Stone in Basic Instinct. «Piaciuta?» disse «ma forse così vedi ancora meglio…» e mi tenne le gambe bene aperte a poche decine di centimetri dal viso. Quella diavoletta tentatrice voleva farmi vedere quanto sapeva essere troia, altro che “brava ragazza a modo”. Io indossavo solo una maglietta di cotone e un paio di mutande, ed ero coperto fino alla vita da un semplice lenzuolo, per cui quando la mia mano d’istinto si portò verso il mio cazzo ormai duro, Silvia se ne accorse perfettamente. «Se vuoi faccio io, tu devi esserti arrangiato da solo chissà quante volte da quando sei costretto a riposo, e probabilmente anche prima.» Senza aspettare risposte scostò il lenzuolo e sostituì la mia mano con la sua. «Oh oh, vedo che hai apprezzato l’esibizione» aggiunse «e complimenti, direi che sei sopra la media.» «Devi averne soppesati parecchi per essere in grado di stabilire delle medie…» «Ho 24 anni, Fede, e non ho mai avuto intenzione di farmi suora.» Intanto mi aveva abbassato le mutande e lo teneva in mano muovendolo molto lentamente. «Silvia, che cosa stai facendo? Siamo cugini, e pure di primo grado…» «Ah sì? E quando ti è diventato duro per avermela guardata, non ero tua cugina?» «E poi c’è a casa mia mamma.» Mio padre non sarebbe rientrato dal lavoro prima delle 19 e mio fratello più piccolo, alla fine della scuola, qualche giorno prima, era stato spedito ad Hastings per un soggiorno studio presso una famiglia inglese. «Se la zia deve venire qui nel reparto notte la sentiremo mentre sale le scale, ed è un attimo a tirar su il lenzuolo. Ma se la fai tanto difficile…» E non finì la frase. «No, no, continua, ti prego…» Silvia si spostò dalla sedia al letto e cominciò a lavorare anche di bocca, mentre la mia mano si era intrufolata fra le sue gambe fino alla sua bella passerina soffice. Era fantastica e l’idea che stessimo compiendo un incesto mi eccitava ancora di più, stavo per esplodere e glielo dissi. «Guarda che non mi tengo più, sto per venire e così ti faccio tutto in bocca…» «Che t’importa, tu pensa solo a venire.» Venni, e lei non se lo tolse dalla bocca finché non era uscito anche l’ultimo schizzo. Un po’ di sperma le colò dalle labbra, ma il grosso se l’era mandato giù. «Adesso sei molto più contento tu dei tuoi amici, Fede» disse appena rientrata dal bagno «ora io devo andare perché ho un impegno, ma domani devi ricambiare, anche a me piace godere.» Ricambiai con piacere, sia di dita che di lingua, anche se con la lingua l’operazione era più complicata visti i miei limiti di movimento, e c’era sempre il pericolo che arrivasse mia mamma. Un 69 era troppo rischioso, non avremmo fatto in tempo a ricomporci se avessimo sentito i passi sulle scale, ma trovammo un altro modo, anche quello un po’ rischioso, ma meno. Io scivolai di una ventina di centimetri, sempre rimanendo a pancia in su e coperto col lenzuolo, verso i piedi del letto, e Silvia, senza mutandine, ma col vestitino addosso salì sopra il mio viso, un ginocchio da una parte e uno dall’altra, e appoggiò la sua passerotta sulla mia bocca. Tutto ciò dopo che l’avevo già portata ad un forte livello di eccitazione con le dita, giusto per abbreviare i tempi di rischio. Il sapore della sua fighetta era inebriante, e in pochi secondi la mia faccia fu inondata dai suoi umori. Se avessimo sentito mia mamma salire in quel momento forse avremmo fatto in tempo a risistemarci in qualche modo, ma l’odore tipico del sesso era inequivocabile. Non ci avevamo pensato prima, e spalancammo subito la finestra. Poi Silvia mi portò un fazzoletto inumidito per detergermi e andò a sistemarsi a sua volta. Ci era andata bene. Durante le lezioni pomeridiane successive, dedicavamo regolarmente una mezzora alle nostre “lezioni personali” in cui ci specializzammo sempre di più, anche se non potemmo mai arrivare ad un rapporto completo, che Silvia mi aveva promesso (e forse lo aveva promesso anche a se stessa) quando mi fossi ristabilito. In cambio io mi ero impegnato a proseguire col programma di studio che avevamo concordato, perché, mi disse, non aveva alcuna intenzione di far brutta figura con i miei, se io non avessi passato gli esami. La “troia modello” restava pur sempre la “ragazza modello”. Gli esami andarono anche meglio del previsto. Mi avevano tenuto per ultimo, in quanto avrei dovuto accedere alla scuola in ambulanza e quindi essere trasportato in barella, dove, per le prove scritte, mi servii di un tavolino da letto, come quelli degli ospedali. L’anno dopo ero a Padova iscritto ad ingegneria e condividevo l’appartamento col moroso di Silvia, che era all’ultimo anno e ovviamente non sapeva niente delle nostre performance, che peraltro non si erano più ripetute dopo la maturità. Lei veniva spesso a Padova, avendo un incarico presso la facoltà di Lettere. Un giorno, nel primissimo pomeriggio, ero appena rientrato da lezione e dopo aver mangiato un panino che mi ero preso alla trattoria sotto casa, mi stavo predisponendo a studiare Analisi Matematica per l’imminente esame, quando suonò il campanello. Era La mia bella cuginetta. «Ciao Fede, disturbo?» «Assolutamente no, entra pure.» Ma le ricordai che Giorgio, il moroso, quel pomeriggio, come tutti i martedì, aveva lezione fino alle 17,30 e al momento non erano neanche le 14. «Ah… me n’ero scordata.» Mi sembrava strano e sospettai che quella visita improvvisa non fosse casuale. Lei intanto si era portata verso il mio tavolino e guardò il mio libro. «Non ci capisco niente di questa roba, qui non potrei aiutarti in alcun modo.» «Be’, per fortuna non ne ho bisogno, riesco a cavarmela anche da solo» dissi. «Però l’anno scorso avevo trovato un modo molto originale e divertente per aiutarti.» La voce, lo sguardo e tutto il linguaggio del suo corpo si facevano insinuanti. «Mi sembra che ti sia divertita anche tu, o sbaglio?» «Sì, certo, ma mi sembra che avevamo lasciato qualche cosa in sospeso, ricordi?» «Silvia, hai un moroso, anzi – visto che ho sentito parlare di matrimonio – è un vero fidanzato, anch’io ho la morosa, e poi siamo cugini, io ci ho pensato parecchio a suo tempo, e la cosa mi turba non poco. Non credi che stiamo esagerando?» Ignorò totalmente le mie parole. «Voglio che mi scopi. Adesso!» E mi baciò. Come diceva Oscar Wilde, io posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni. Scopammo quel pomeriggio, scopammo altri pomeriggi e altre mattine, scopammo per oltre un anno fino al suo matrimonio e, molto più di rado, qualche scopata saltuaria ce la facciamo anche adesso che la mia bella cuginetta, ragazza modello per eccellenza, è alle soglie dei quarant’anni.

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21/07/2016 18:30

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UN altro patetico illuso! Riaprite i manicomi!!

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